16. Skype e dintorni

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Questo post potrei fare a meno di pubblicarlo.

Ne ho scritti giá un paio, in realtá, che poi non ho pubblicato, perché ho scoperto che in fondo questo blog, nato per poter rimanere in contatto con “la mia gente”, e per condividere con gli amici la mia vita dall’altra parte del mondo, era piú utile a me, per fissare le infinite cose che stanno succedendo e le mie reazioni di fronte a questo “tutto nuovo” in cui mi sono ritrovato, vista la velocitá con cui gli eventi si susseguono.

Anche stavolta scrivo piú per me che per altri, ma mi capita sempre piú spesso di pensare “Ah, se Tizio fosse qui… Se Caio potesse vedere quello che sto vedendo io..!” e quindi ho pensato di rendere pubblico questo tratteggio di una giornata buona, una di quelle in cui vai a casa e anche se é presto per i tuoi standards hai chiaro che va bene cosí e non hai bisogno di aggiungere altro.

Con oggi ho chiuso, piú o meno, tutta quella parte iniziale di delirio cosmico in cui passi le poche giornate libero dal lavoro in giro con l’agente immobiliare, o murato dentro Ikea, o a mandare messaggi e fare telefonate perché ti diano le chiavi, firmino il contratto, ti girino le fatture, ti portino l’acqua a casa: ogni singola conquista vissuta come una vittoria di proporzioni titaniche vista la difficoltá di comunicazione con l’ambiente circostante.

In particolare, tralasciando la temeraria decisione odierna di mettersi nelle mani di un parrucchiere cinese (il cui operato ho poi condiviso su tutti i social esistenti nell’etere), oggi mi hanno finalmente messo internet a casa, mi sono potuto collegare a Skype e ho risentito i miei dopo quasi due settimane di silenzio stampa.

Nell’immaginario collettivo dell’italiano mammone io non nascondo che sono sempre stato un caso a parte… Mia mamma si é sempre lamentata tanto perché “certo che te non ti fai proprio mai sentire”, e tutte le volte che per qualche ragione sono stato lontano da casa, anche da ragazzino, difficilmente ne ho sentito la mancanza. Lo dico senza orgoglio: come semplice stato di fatto.

Ma oggi, quando ho visto sullo schermo, assieme, la mia immagine e quella dei miei che ci sbracciavamo come matti per salutarci e poterci finalmente rivedere in faccia, ho capito quanto fosse necessario e… desiderabile, anche per me, quel momento. Forse per la prima volta ho realizzato l’apprensione che mia madre deve essersi portata dentro per queste settimane, e ho immaginato la faccia di mio babbo che faceva il disinvolto con lei, ma in fondo anche lui avrebbe voluto avere qualche notizia in piú della abituale uozzappata che inviavo a mio fratello, e questo me li ha fatti sentire, paradossalmente, piú vicini.
Ma soprattutto é stato bello poter dire proprio a loro, guardandoli in viso, “Non preoccupatevi, sto benone! Sono felice di essere qui!” e vederli sollevati. Come giá avevo scritto tempo fa, é risuccesso (ed é una cosa che mi piace da impazzire, quando mi capita) che mentre lo dicevo a loro capivo che era vero, che non lo stavo dicendo per tranquillizzarli: che era vero ed é vero che io sono felice di stare qui. E dalle facce ho capito che erano persuasi.

Qualcuno mi aveva assicurato che sarebbe stato facile? Non mi pare. E infatti non lo é, in senso assoluto. Ma il sapere di essere nel posto dove vuoi essere, dove devi essere e dove é giusto che tu sia, il fatto di averlo chiaro, fa tutta la differenza del mondo. E in fondo (almeno me lo auguro), la distanza non toglie niente a quello che hai lasciato nei tuoi luoghi soliti: perché “lasciato” e “perduto” sono due cose completamente diverse.
Probabilmente sto solo ripetendo un mucchio di banalitá: in fondo sono cose che conosciamo tutti, che sappiamo tutti, e che ci ripetiamo in continuazione. Peró, ecco, quando questi momenti riaccadono, secondo me, tocca farne tesoro.

La prossima volta vi racconto del lavoro che sto facendo qui. Prometto che saró piú divertente.

Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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