63. L’odio

Ho deciso di utilizzare per una volta il mio blog in modo inedito, e per far questo voglio rendervi partecipi della mia scoperta del giorno.

In queste ultime settimane, complice la temperatura polare esterna e le infinite forme influenzali che si riproducono e mutano nella metropolitana di Beijing, sono più e più volte passato dall’ufficio al letto con una disinvoltura pari a quella di Brooke Logan Forrester (ma ovviamente per ragioni completamente differenti).
Lascio alla fervida fantasia del lettore immaginare la desolazione di giornate interminabili da solo in un appartamento al ventiduesimo piano in una città sconfinata e grigia, con trentotto e mezzo di febbre e una bacinella di emergenza vicino al letto (sono stato abbastanza allusivo o devo allegare un disegnino?) senza lo straccio di un qualsivoglia surrogato di figura umana da supplicare perché ti scaldi il latte, ti spalmi il VixVaporub o – per gli amanti del genere – ti tenga la fronte mentre direzioni a più riprese la testa nel water (ecco fatto il disegnino).
L’occasione per trovarmi di fronte la scena più avvilente me l’ha però offerta, stamattina, la mia prima uscita dopo una settimana di clausura, allo scopo di raggiungere il medico ed effettuare il “tagliando”.
Premesso che due geni alle nove del mattino si erano cozzati con la macchina sotto il viadotto del terzo anello a Shuangjing e, pensando bene di lasciare i mezzi dov’erano e mettersi a discutere con tutta calma al bar, hanno immobilizzato praticamente il traffico della capitale per metà mattinata… dopo innumerevoli ricerche sono riuscito a saltare dentro un taxi e mostrare all’autista l’indirizzo cinese della clinica ospedaliera a cui ero diretto.

Ecco, la scoperta del giorno è stata questa: la Cina è quel posto che se devi andare in ospedale, e l’ospedale non è “di strada”, i tassisti si rifiutano e ti fanno scendere dal taxi. Che di per sé nessuna nuova, qui è assolutamente la prassi. Non è la prima volta che mi tocca scendere perché il tassista mi fa “no” con la manina e non c’è verso di farlo partire nemmeno se ti ci sparapunti, sul sedile dietro, perché “c’è traffico stavo staccando c’ho da fare devo cambiare l’olio e l’arbre magique”.
Ma “l’ospedale”, gente! No “le giostre”… no “il centro commerciale”!
Ma che bestia devi essere se c’è uno che deve andare in ospedale (ed è già seduto nella tua macchina, e ti paga, ed è il tuo cazzo di lavoro, peraltro) e tu non ce lo porti! Ma come diavolo si fa! Ora, io non è che c’avessi le budella “ciondoloni” o il cranio spaccato a mezzo ma sono rimasto così incazzato che dopo una giornata intera ancora non mi sono ripreso.
E siccome ho or ora trovato nella galleria dell’iPhone una foto scattata per caso (nel cercare, furibondo, di fotografare la licenza sul cruscotto mentre il verme mi prendeva a zampate per impedirmelo) con la faccia del #tassinarodemmerda ho scritto questo post a questo scopo: guardatelo tutti e odiatelo con me.
Tutti.
Più forte.

Non lo state odiando abbastanza. Lo percepisco.
Dai che è brutto come la diarrea con le emorroidi e viene pure facile, su!

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Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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3 thoughts on “63. L’odio

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