64. Welcome back

Questa é la settimana del mio primo anniversario in Cina e ho pensato che l’occasione valesse la pena di un post anche se non ho in mente un particolare episodio da raccontare.
Sono ancora nello stato di grazia regalatomi da due settimane di vacanza in Italia, condotte a stretto regime alimentare a suon di lasagne e ciccia arrosto, e anche il rientro in Cina é stato meno traumatico di quanto pensassi.
Sicuramente complice é il tempo straordinariamente bello di questi giorni, grazie a una ventata di aria fredda dal Nord che ha liberato improvvisamente Beijing dall’inquinamento di cui si sente tanto parlare in questo periodo. É un paradosso, ma in posti come questo, tecnologizzati e informatizzati fino ad ogni minimo dettaglio, é proprio la natura a fare la differenza. Il fatto è che qui i “locali” sono tutti assolutamente assuefatti alla situazione (parliamo della qualitá dell’aria, ma il discorso potrebbe valere per altre diecimila cose) e la subiscono in modo assolutamente passivo: a cambiare lo scenario può essere solo un evento “meteorologico”, il vento in questo caso, l’unico capace di fare qualcosa per quello che l’uomo ormai nemmeno più si pone il problema di dover cambiare.

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L’altro ieri, a pranzo in mensa, con Jingjing parlavamo appunto di questo: le ho chiesto quale fosse la sua posizione rispetto al Governo e alle sue politiche in merito all’inquinamento o, per esempio, nei confronti della restrizione che opera su Internet e i vari canali di informazione. Citavo questi due come gli esempi più lampanti di una situazione un po’ anomala, nel 2020 e per una potenza mondiale come questa, in cui sotto gli occhi di tutto il mondo la classe politica fa apertamente quello che le pare e il popolo si adegua. Mi ha risposto candidamente e alzando spallucce che tutti sanno come stanno le cose, tutti sanno che nel resto del mondo funziona diversamente, tutti sanno che il Governo tiene a mantenere una certa immagine ma che della gente si disinteressa completamente, ma dal momento che non c’è una vera alternativa, e che non è concesso alla gente di scendere in strada e protestare (perché i permessi per la manifestazioni li dá il Governo il quale accetterebbe difficilmente una protesta pubblica contro sé stesso), o la si prende com’é su tutta la linea, o si va altrove. Il che poi non é propriamente semplice perché l’emigrazione dalla Cina per un cinese comporta una marea di scartoffie e la richiesta di visto anche se devi andare a un tiro di schioppo tipo Hong Kong o in Giappone.
Ho pensato a com’é facile dare per scontato, per noi “occidentali”, il fatto di avere la possibilitá di scegliere, di votare, o anche di far sentire la propria opinione. Talmente scontato che non lo si fa.

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Ma torniamo a noi.
Arrivando in Cina dopo le vacanze ho deciso di “trattarmi bene”. Sarà stato per colpa della reiterata influenza nei mesi prima del mio ritorno in Italia, ma ultimamente l’avevo vissuta in modo abbastanza tetro. Sono tornato qui avendo negli occhi solo le immagini di me chiuso in un appartamento al ventiduesimo piano di un palazzo di Shuangjing, in ostaggio della gastroenterite e dell’inquinamento, senza nemmeno avere l’iniziativa di rimettere a posto casa, in balia di sette volumi di Harry Potter liquidati in cinque settimane, e facendo le tacche dei giorni che mi separavano dal rientro. Ho quindi capito che per impedirmi di ricadere con tutte le scarpe in quella valle di lacrime e solitudine (non che Potter non fosse una buona compagnia, eh…) dovevo darmi una mossa. E farmi aiutare.
No, non “farmi aiutare” nel senso che intendete voi: ho solo reclutato una donna delle pulizie. Tra l’altro ho accettato la sua richiesta di poter venire il sabato mattina e mi era sembrata immediatamente un’idea tutt’altro che brillante, visto che mi sarei fregato una delle rare mattine in cui avrei potuto dormire fino a tardi, ma alla fine la cosa mi ha fatto un buon gioco perché mi ha costretto ad uscire presto e chiedermi “e ora che si fa?”.
Ho preso la metro e ho passato la mattinata al Parco Olimpico, a vedere dal vivo lo stadio e le piscine olimpioniche di Herzog & De Meuron, architetti che venero e a cui, in cinque mesi a Beijing, non ero ancora andato a “far visita”.

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Le architetture mi hanno un po’ deluso, ho sfidato per due ore buone il freddo barbino che entrava nelle ossa ma è stato bello. Ero solo e non lo ero affatto, tutto assieme, come a volte mi era giá successo. E per la prima volta dopo un sacco di tempo mi sono sentito straniero nella mia città… ma in un modo bello. Non come l’esiliato, ma come il viaggiatore.
Ho pranzato in un’osteria tradizionale cinese persa negli Hutong a sud di Lama Temple: ho impataccato lo schermo dell’iPhone di una salsa appiccicosa con cui mi hanno ricoperto i gamberi grigliati, brandendo con disinvoltura i chopsticks e bevendo acqua calda e Tsingtao. Adesso sono in un coffee-shop di Nanluoguxiang che ho appena decretato “mio posto preferito di Gennaio”: fanno un caffè veramente di merda ma il locale, ottenuto da una piccola porzione di Hutong fatiscente ripulita e ristrutturata con discrezione, è strepitoso.

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Ho realizzato che esattamente un anno fa piangevo in una minestra di pesce a Sanlitun; ora in questo scenario mi sento completamente a mio agio: credo che mi piazzerò qui tutto il pomeriggio in compagnia di “Just Kids” di Patti Smith, bevendo Tè (L’Espresso che ho bevuto mi è bastato per i prossimi 20 giorni) o ordinando cose a caso dal menù. A vedermi da fuori potrei persino sembrare un tipo interessante.
Da fuori.
Potrei.

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Insomma, ho il sospetto di aver perso il filo del discorso (se c’era)… cosa volevo dire non lo so più.
Consideriamolo come un maldestro tentativo di fermare un momento bello in modo da ricordarmi che a volte dei passi si fanno, anche senza rendersene conto.

Stasera comincerò a studiarmi un po’ di materiale per il Giappone perché fra un mese si parte e non vedo l’ora ma non ho ancora preparato niente.
Un saluto a tutti quelli che mi conoscono.

Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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3 thoughts on “64. Welcome back

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