128. Hutong Lifestyle.

Quello di oggi é certamente il post che ho in tenuto in cantiere per piú tempo, e certamente uno di quelli di cui vado piú orgoglione. Questo per piú ragioni.
Prima di tutto perché mi sono preso un po’ piú tempo per preparare per bene i “contenuti” in modo da darvi un quadro quanto piú chiaro dello scenario che vado a descrivere. Seconda cosa perché, come ormai hanno capito anche i muri delle cantine, il tuffo nel cosiddetto Hutong Lifestyle di Beijing é una cosa che agognavo da tempo, e finalmente me lo sto gustando proprio nel periodo piú bello. Terza cosa perché questo é il primo weekend, dopo il trasloco, il trasferimento di lavoro, i vari giorni di assestamento, in cui non devo fare nulla da oltre due mesi e mezzo (o come si sta bene quando si puó fare a meno di guardare l’orologio..!) per cui posso finalmente dedicarmi al mio passatempo preferito: trifolarvi gli zebedei raccontando in pompa magna cose per voi di scarsississimo interesse.

Andiamo quindi per ordine.
E signori miei mettetevi comodi perché oggi, ve lo dico subito, si va per le lunghe.

Quella dell’Hutong non é una storia nuova, ne avevo parlato da tempo, prima QUI (in cui avevo descritto per benino di cosa si trattasse e cosa mi attraesse cosí tanto di questa “dimensione urbana”) e piú recentemente QUI. Capirete bene che quando si parla di Hutong, pertanto, si tratta di qualcosa che é molto piú di un mero connotato geografico: é proprio uno stile di vita, una comunitá. La cosa necessita di un minimo di approfondimento per cui facciamo che io vi dico due cose in piú e voi, per farvela prendere bene, da qui e i prossimi due o tre capoversi immaginate la vocina di Alberto Angela che vi catapulta all’interno di questa esperienza divulgativa senza precedenti.

[Colpetto di tosse come per schiarisi la voce]

Il tessuto urbano e sociale degli Hutong di Beijing si é formato nel periodo imperiale, secondo un processo guidato dalle regole stabilite dalla Dinastia Zhou (basate una imprescindibile struttura gerarchica che poneva le case dei piú abbienti in area piú prossima alla Cittá Proibita e poi via via a scalare), e dall’estetica tipica dell’architettura cinese, secondo la quale gli edifici occupano l’intera proprietà seguendo uno schema rigorosamente simmetrico e racchiudendo gli spazi aperti come cortili e pozzi di luce al loro interno. Le strade – gli Hutong in senso stretto – che separavano queste case a corte (chiamate invece Siheyuan) presentavano sviluppi rettilinei e sempre uguali secondo direzioni Nord-Sud e Est-Ovest: un sistema cartesiano perfetto, leggibile ancora oggi, che consentiva di orientarsi in questo tessuto fitto e uniforme dove solo la forma dei tetti visibili dalla strada – a singola inclinazione per le costruzioni comuni, a più inclinazioni per le abitazioni più prestigiose, con falde ricurve in templi e palazzi – dava un’idea di quello che potesse nascondersi dietro agli spessi muri di confine.

Lo sviluppo della Capitale del Nord é stato cosí per un lasso di tempo attorno – mese piú mese meno – ai duemilacinquecento anni: é stato solo con la caduta del dominio Dinastico e la conseguente sparizione del sistema feudale che sono venuti meno i presupposti per una configurazione gerarchica cosí ferrea della cittá, aprendo il terreno a un’organizzazione degli spazi piú spontanea o, volendo usare un gergo specifico del settore, alla cazzo di cane.
Quello che ci si trova davanti oggi, varcando le soglie dei vecchi Siheyuan, é un vero microcosmo fatto di baracche, casupole sbertucciate e superfetazioni di ogni genere che sono andati nel tempo a saturare i giardini interni trasformandoli in veri e propri labirinti. In alcuni tratti anche gli stessi muri di confine sulla strada sono stati demoliti o modificati, rendendo i percorsi insolitamente vivi e costeggiati di piccoli localini che hanno dato nel tempo un nuovo aspetto a questi quartieri, aspetto adesso minato da un’operazione di ripulisti urbano messa recentemente in atto dal Governo di cui avevo parlato QUI.

La cosa che piú mi piace degli Hutong é che a fronte di questo sviluppo modulare a scacchiera delle strade, all’interno delle case che le fiancheggiano, costruzioni basse costellate da alberoni secolari, c’é un brulicare di vita senza fine, che va dall’abitazione poverissima priva di bagno in casa, al tempio semidiroccato, al locale alla moda in cui cinesi e stranieri si rifugiano nelle sere d’estate; il tutto secondo un sistema spesso inintelleggibile dall’esterno, per cui si ha davvero l’impressione di essere davanti a una scoperta senza fine. Questo binomio fatto di un involucro impenetrabile, come una scatola ermeticamente chiusa dall’esterno, e una variabilitá potenzialmente infinita al suo interno mi incuriosisce incredibilmente. Ed é una curiositá che rimarrá per sempre insoddisfatta perché molte costruzioni sono case private, alcune di esse nascondono dentro degli autentici tesori, ma ovviamente non é che siano tutti disposti a aprirti la porta di casa per farti gironzolare indisturbati nei loro cortili. Per cui per il momento mi accontento di sbevazzare in giro, frugare sulle riviste, consultare gli annunci immobiliari su Wechat in cui gli agenti mostrano a potenziali clienti il frutto di recenti ristrutturazioni in quest’area.

Ad esempio, mi sono imbattuto in uno studio di architetti di Pechino, tale ArchStudio, che ha evidentemente deciso di riversare la propria creativitá altrove che nel proprio nome e che ha la sede nel tanto decantato 798 (link) di Beijing, il quale pare che stia facendo della rilettura degli interni degli Hutong in chiave fortemente contemporanea una vera e propria ricerca. Vi indico di seguito alcuni esempi secondo me molto interessanti (se cliccate sul link sui titoletti delle foto potete approfondire grazie ai relativi articoli su www.dezeen.com, da cui ho preso le immagini).

Tea house. (link)

Casa “bianca”. (link)

Casa “fluida”. (link)

Questi edifici, tanto per capirsi, stanno tutti e tre nel mio isolato e sono solo fra i piú recenti; vi avevo detto che fra l’esterno e l’interno la differenza é sorprendente, no? Ancora piú sorprendente e certamente piú estremo é l’ostello progettato da Zhang Ke e Standard-architecture, raccontato QUI.
Spero di visitarlo presto e nel cercarlo chissá quanti altri ne scoveró, ancora… Datemi tempo.

Ma torniamo a noi.

La casetta dove vivo io non ha ovviamente niente a che vedere con gli interni che ho citato.
Non so se mi sto convincendo per consolarmi e non sentirmi cosí penalizzato dal confronto ma mi piace anche che sia una realtá un po’ piú “cruda”, dovendoci stare per un momento abbastanza limitato. Richiedetemelo quando d’inverno saró a battere i dentro dal freddo con i piedi nel forno e mi riservo di ritrattare, ma oggi come oggi, fra mattinate di domenica trascorse a prendere il sole in compagnia dei piccioni (poi questa dei piccioni ve la racconto meglio in una dei prossimi post perché é una storia che merita) e sonnellini “disturbati” da vicini sconosciuti che accompagnano a casa tua il corriere con la spesa che si era perso nell’Hutong alla ricerca del Laowai, questa dimensione mi piace proprio.

Come promesso, quindi, taglio corto – che sennó qui facciamo un’epopea senza fine che mal mi si confá a questo scenario cosí dimesso e semi-fatiscente – e vi mostro a seguire un po’ di foto della mia nuova patinatissima magione, e un video racconto nuovo di pacca (era l’ora eh) sulla mia nuova Hutong Life.
Ciao a tutti e tornate presto a trovarci, che con i prossimi post pubblicheró quelche ghiotto approfondimento.










Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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4 thoughts on “128. Hutong Lifestyle.

  1. Ma la cosa più bella non so se è la colonna rosso lacca, o quel mezzo traliccio sulla terrazza… un sogno Martino!

  2. Pingback: 134. Ahao, Liang Qichao e compagnia bella. – MartinoExpress - Un pratese in Cina (e dintorni)

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