143. Three Days in San Francisco

C’è gente strana a San Francisco.
Prima di tutto la regola pare quella di starsene seduti sui tetti di notte a fumare in gruppo come se niente fosse. C’é poi una quantitá discreta di cantanti girovaghi, impegnati a strimpellare agli angoli delle strade con chitarre eletriche multicolori, indipendentemente dall’essere equipaggiati di apposito impianto di amplificazione o meno. Il picco creativo é peró quello che mi é parso un’autentica tendenza per la stagione Autunno/Inverno 2017, la quale consiste nell’andare al parco accompagnati da orsacchiotti di peluche grossi quanto una poltrona da salotto.
Il primo che ho visto, a Mission Park, é stato un marcantonio di colore alto approssimativamente quattro metri intento a cantare a squarciagola abbracciato al pupazzo manco fosse un fratello rivisto dopo tanto tempo. A concludere la serie, una biondina sdraiata sull’erba di fronte al Conservatory of Flowers, immersa nella lettura comodamente avvolta dall’abbraccio del mastodontico animale di pezza. In mezzo tutta una rassegna di individui che mi hanno fatto sorridere molto ma mi hanno dato anche un discreto senso di libertá: ho pensato che, pur non avendo particolare brama di andarmene in giro in compagnia di un orso in scala 1:1, l’idea di abitare in un posto dove poterlo fare senza che la cosa sia sentita come eccezionale, fosse divertente e liberatoria.

Ho poi visualizzato l’outfit da strada medio a Beijing – dove gli orsacchiotti di peluche sono a volte la forma delle tute che le ragazze si mettono per un’uscita fra amiche – e alla fine, tutto sommato, non c’ho trovato tutta ‘sta differenza.

Anche dal punto di vista architettonico San Francisco é caratterizzata da un eclettismo quantomeno disinvolto.
Le case – ad eccezione della zona del Financial District costellata di grattacieli – presentano piú o meno tutte la stessa volumetria standard, ripetuta all’infinito, fatta di villette appiccicate col tetto spiovente e il bow-window, declinate peró secondo il gusto decorativo piú svariato. Colori pastello o accesi, colonnine o mensole cesellate, murales o portoncini smaltati a personalizzare edifici molto simili fra loro di quanto non possa sembrare. Se non fosse per le strade in salita in discesa potrebbero addirittura richiamare le sfilze di alberghi tutti uguali e allo stesso tempo tutti diversi della riviera romagnola nelle zone tra Viserbella e Igea Marina. Effettivamente, peró a San Francisco fa piú fico.

Durante i miei tre giorni a Frisco, anche la cadenza del mio passo si è adeguata al mood della West Coast. Non che sia stato a trastullarmi, eh, tutt’altro… Ho comunque camminato come uno stronzo per tre giornate consecutive ma l’atmosfera piú rilassata della California é stata una conclusione ideale per il mio viaggio.

Fra le tante cose viste, visitate e fotografate (sotto, al solito l’itinerario giornaliero e il video racconto) ce n’é una che é stata letteralmente la ciliegina sulla torta – nonostante non mangi torte e le ciliegine candite mi facciano cacare – ed é stata la visita al Golden Gate. Subito prima di arrivare alla fine del Presidio, dal lato dell’Oceano, c’é il cosiddetto Immigrant Point Overlook una terrazza panoramica sul cui parapetto sono incise le seguenti parole pronunciate dal Presidente Wilson “We opened the gates to all the world and said: ‘Let all men who want to be free come to us and they will be welcome.”. Io ci sono incappato per caso, mi ci sono fumato una sigaretta, e sono rimasto per un po’ lí in contemplazione dell’Oceano, col sibilo del vento a spazzare via gli altri rumori. Quando sono rimontato in sella alla mia bici, chiedendomi il senso di quelle parole visto che, credevo, il grande flusso migratorio negli States fosse giunto dal versante atlantico, ho girato la curva e il Golden Gate si é mostrato in tutta la sua imponenza e mi ha lasciato letteralmente senza fiato. Non solo per la mole, non solo per il suo essere un’opera ingegneristica incredibilmente avanti per i suoi tempi, ma perché ho improvvisamente compreso il senso del nome: un cancello dorato che non solo apre alla baia di San Francisco, ma apre alla libertá, e di quella libertá é diventato simbolo. Perché in America davvero si respira un senso di libertà, di accoglienza, di opportunità, e quelle parole lette di fronte al Golden Gate mi hanno come chiarito uno scenario che é l’essenza dell’America stessa: la terra in cui ogni uomo che voglia sentirsi libero possa davvero essere il benvenuto.
É stato molto bello.

Bene, io a questo punto avrei finito.
Dagli States é tutto, linea allo studio.
MartinoExpress vi ringrazia per essere stati con noi e vi dá appuntamento a presto.

DAY ONE
Castro
Mission Dolores Park
Mission San Francisco de Asis
Mission District
Painted Ladies
Pacific Heights





















































DAY TWO
Embarcadero
Alcatraz former Federal Prison
Pier 39
Financial District
Chinatown
Market Street


































































DAY THREE
Buena Vista Park
Haight-Ashbury
California Academy of Sciences
De Young Museum
Japanese Tea House
Presidio Park
Golden Gate
Golden Gate Park and Conservatory of Flowers
























































Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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