161. L’alba

Domani, salvo imprevisti, si esce.

Di fare bilanci non me ne importa una sega, voglio solo mangiarmi una pizza della superficie del Lazio, sbronzarmi, rotolarmi sull’erba il prima possibile.
Però non mi era mai successo di potermi vedere in cattività così a lungo e, come avrebbe fatto un osservatore esterno, guardandomi da un’ipotetica telecamera posta in alto nell’angolo della stanza (fermi tutti, non ci sarà mica davvero…?), ho buttato giù tre profili ricorrenti in cui mi sono riconosciuto e in cui magari anche voi, in circostanze simili, vi sarete immedesimati.

1) L’ipocondriaco.
Tre colpi di tosse in un pomeriggio in condizioni normali sono trascurabili e non vengono nemmeno considerati dal cervello un evento registrabile; tre colpi di tosse in un pomeriggio in isolamento da Covid-19 vengono invece registrati come segno inequivocabile di “morte imminente causa coronavirus dopo ennesima mutazione che ne vanifica tutte le cure individuate finora e con conseguente occultamento di cadavere e pronta inumazione dello stesso nel cortile sul retro dell’albergo”.
In isolamento si sente anche il fruscio dei peli della barba che crescono, altroché i colpi di tosse.
E tu non puoi farci niente se non misurarti la febbre tre volte in un pomeriggio, guardarti allo specchio del bagno e ripetere “Andrà tutto bene, andrà tutto bene…” mentre in realtà sei assordato dai battiti del tuo cuore e vorresti chiamare la Farnesina e farti venire a prendere da Di Maio in persona.
Un po’ come quando la gente scapoccia e si mena al Grande Fratello. “Alessia qui dentro è tutto amplificato!”

2) Il maniaco del controllo.
La stanza è un sistema isolato. Non c’è interazione fra l’interno e l’esterno se non per il vassoio di cibo che viene lasciato, a orari standard, sullo sgabello davanti alla porta. Pertanto, tutto quello che è contenuto nello spazio di otto metri quadri fra la porta e la finestra è ormai perfettamente codificato, schedato, tenuto sotto costante osservazione.
Potrei dire di quanti millimetri dovrei spostare il culo di lato sul letto (non ho una sedia, e comunque non ci starebbe) in modo da potermi piegare all’indietro e raggiungere perfettamente, con la punta delle dita, il cartone di succo di mango che il Greco mi ha fatto avere l’altra mattina, agguantandolo appena sotto la linea di riempimento attuale, ovvero fra la lettera B e la lettera O della scritta UM BONGO, che spero con tutto me stesso essere la marca.
Ed è così che dev’essere.

3) Lo psicolabile.
Ora fortunatamente io non parlo fra me e me (e questo perché dopo il terzo giro le numerose anime che mi abitano si sono serenamente arrese al fatto di ritenersi tutte insopportabili a vicenda) ma a volte ci sarebbe da pensare di stare covando un esaurimento nervoso o qualcosa del genere, perché la sola idea di essere in compagnia di un amico, all’aria aperta, a mangiare roba calda e darsi due pacche sulle spalle mi fa venire i lucciconi che nemmeno il finale di JoJo Rabbit. Più di una volta, invece, spenta la luce la sera, il pensiero è tornato a quei poveracci deceduti nel crollo dell’albergo mentre ci stavano facendo la quarantena dentro, ai protagonisti di Cecità di Saramago, alla vicenda di Elizabeth Frizl, e via dicendo, così come più di una volta mi sono chiesto cosa fosse quel fruscio intermittente che mi teneva sveglio per ore, salvo poi scoprire che si trattava del mio piede destro che, sfogo dell’ansia, non riusciva a smettere di dondolare sotto le coperte nemmeno a sparapuntarlo alla testata del letto.
Non entriamo nemmeno nel merito dei sintomi dell’astinenza sessuale perché, fidatevi di Martino vostro, no non lo volete sapere.

Ciononostante mi sono sorpreso di quanto mi sia dimostrato, tutto sommato, mentalmente stabile in questa circostanza e l’abbia sfruttata come spazio per approfondire le cose che mi piace fare, rimettendomi a scrivere, trovando il modo di leggere cose accantonate da un po’ o di guardare quella serie che era in lista d’attesa da anni (non le guardo MAI) e a volte perfino concedendomi del tempo per fissare lo scarno arredamento, o il soffitto, o lo schermo perennemente spento del televisore, senza obbligarmi a fare nulla. Quasi una spazio di meditazione, che io mi sono sempre rifiutato di fare, e che invece si è rivelato in qualche modo plausibile.

Insomma, rigirando la frittata, in quarantena non ci vivrei, ma è a suo modo stata bella.

Il che è un’affermazione forte, mi rendo conto, e che potrebbe addirittura sembrare irrispettosa per chi la sta vivendo in condizione di indicibile disagio e difficoltà… ma avendo avuto io per primo i miei bei momenti di cedimento mi sento di poterla comunque buttare lì, quasi in segno di sfida, perché in fondo non credo che esistano davvero circostanze in cui per definizione non possiamo ritrovare un poco di noi stessi.

Quindi dicevamo… sì, salvo imprevisti, domani si esce.
Vediamo fuori che aria tira.

Seguono foto scattate durante questi reiterati periodi di quarantena, a sostegno del fatto che io sto benone (ok, ok, ragazzi, ok… STIAMO!).


Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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One thought on “161. L’alba

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