163. Chongqing: Conclave di uno

Che sono venuto ad abitare a Chongqing ormai lo sanno anche i muri.
Chongqing non è Beijing, non è Shanghai, e non è neppure Guangzhou. È molto più estrema, Chongqing, e certamente il quartiere dove ho preso casa (Shijingpo, scelto sulla mappa perché più vicino a lavoro, dotato almeno di Metro e di un supermercato con prodotti d’importazione) lo è ancora di più. L’impressione che ho avuto venendo qui, fra lo panico e lo sconforto (che si chiami “sgomento”? Può darsi…) ricorda un po’ quella provata quando mi trasferii a Wuhan ormai quattro anni fa: l’impressione di essere solo, unico straniero in mezzo a un mare di cinesi, di fronte a un anno dalla fisionomia incerta e a una sfida enorme da portare a casa.

Non voglio dilungarmi su un nuovo resoconto delle diecimila difficoltà incontrate nel prendere casa e stabilirmi qui: ho raccontato giornalmente le disavventure nelle stories di Instagram (QUI) dalla fuga da Beijing per evitare il nuovo contagio al momento in cui sono arrivati i miei pacchi dalla Capitale l’attimo prima che partissi per il Dragon Boat Festival (del viaggio fatto in quei tre giorni ne parlerò nel prossimo post). Per dare un’idea del clima, mi limiterò a dire che qui si ha a che fare con un contesto in cui la gente ritiene normale avere il cesso alla turca in casa, darti un armadio fatto con la plastichina delle cartelline di tecnica delle medie senza ripiani nei pensili, o avere come unica alternativa al mangiare a casa un piatto di 重庆面 accovacciati sulle proprie gambe in mezzo a un mare di calcinacci.


Chi non ha fatto questo tipo di esperienza (e non in Cina in genere, ma in un posto così) non può nemmeno lontanamente immaginare cosa significhi: cercare di costruirsi una vita qui dentro richiede equilibrio, determinazione e la disposizione a mettersi alle mani battaglia su tutto, dal mandare diecimila messaggi al giorno alla padrona di casa – in cinese – per spiegarle che no, tre stampelle in fil di ferro della lavanderia non sono uno stendipanni, al fare le due del mattino per foderare da solo i mobili della cucina (fatti di cartongesso crudo) con la plastica.
La grande differenza con il mio trasferimento a Wuhan, oltre il fatto che lì ebbi molta fortuna con la Landlady, è che allora non avevo nulla da perdere: era ancora carne fresca in Cina ed ero desideroso di fare un’esperienza un po’ più intensa. Muoversi a Chongqing dopo Pechino implica invece per me un distacco da affetti e situazioni che hanno segnato la mia vita in modo indelebile in questi ultimi tre anni, e soprattuto una (presunta? Mica si può mai sapere) messa in stand-by della mia vita relazionale che mi ha tolto il sonno più di una volta.
Comunque, qui ormai siamo: il cantiere di Chongqing era nell’aria da tempo, si sapeva che sarebbe toccato a me seguirlo e, considerata la situazione globale nel 2020, direi che ho fatto “la miglior limonata possibile con i limoni che avevo a disposizione” (proverbio di un vecchio cinese di nome Martino).
Quello a cui fa riferimento il titolo di questo post è quindi solo il pezzetto di vita con cui sto facendo i conti adesso: la costruzione di una quotidianità nuova di pacca.



Non so quanti di voi lo sappiano, ma si dice che quando i cardinali si riuniscono in Conclave per eleggere il nuovo Papa seguano un rituale strettissimo che implica la ripetizione quasi ossessiva di una gestualità identica tutti i giorni. La scopo di questa ripetitività è quello di far sì che possa essere più facilmente essere notato un elemento estraneo, un imprevisto che irrompe a perturbarla: quell’elemento, letto come un possibile intervento diretto dello Spirito, potrebbe contenere addirittura un suggerimento sul possibile Pontefice da eleggere.
Ecco, io in queste prima settimane sto cercando di fare una cosa simile: dalla sessione di workout a casa dalla sette alle otto ogni mattina, dalla preparazione dei pasti (il posto più vicino al cantiere per mangiare sta a otto chilometri ed è un hotpot bisunto), all’organizzazione della casa, alla registrazione dei tempi per andare a lavoro, in centro, all’aeroporto, tutto contribuisce alla costruzione di una nuova vita, o ancora di più alla creazione di una routine virtuosa a cui sento di dovermi aggrappare con tutto me stesso. E non perché ci tenga particolarmente a rinchiudere la mia esistenza in uno schema che la incasella come in una trappola, ma perché ora è di una ripetitività di cose che ho bisogno, di una nuova normalità dopo l’ennesima rivoluzione copernicana. Perché va bene mettersi in discussione ma prima di tutto ora c’ho da prendermi cura di me, e quando avrò recuperato una routine quotidiana ci sarà ancora spazio per perdere di nuovo l’equilibrio, per perdersi, per i viaggi, per le scoperte… per l’eccezionalità. Ora è tempo di mettere assieme i pezzi e tenerceli il più stabilmente possibile.

Ho solo una domanda: quante ripartenze ha a disposizione un uomo nella sua vita, prima che sia troppo tardi per mettere delle radici?

Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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