140. I LOVE NEW YORK?

Sí avete letto bene, nel titolo “I love New York” c’é un punto interrogativo e se mi concedete cinque minuti vi spiego anche perché.

In questi ultimi tre anni ho viaggiato un po’. Non tantissimissimo, mai quanto avrei voluto, ma un po’ sí, ho viaggiato. Non avevo peró mai provato prima la sensazione di disagio che ho provato il mio primo giorno a New York City: una sensazione che non saprei spiegare meglio che come un fastidio diffuso e che faceva evidentemente a cazzotti con la gioia di essere lí dopo tanti anni di attesa e l’attrazione che provavo nei confronti dell’ambiente circostante. Ammettiamo che abbia contribuito a questo sentore un jet-lag di 12 ore tonde tonde da Pechino, però mi muovevo con fatica, quasi inerzia: mi sentivo, in breve, incapace di farmi “accettare” da questa città, di viverla appieno. Forzandomi peró a programmare un minimo l’itinerario dei primi giorni, scrivendomi le cose che mi rimanevano impresse, accettando di buon grado la compagnia di amici (a discapito del mio programma iniziale di “farmi grandemente i cazzi miei”), sono riuscito peró a dare una spiegazione a questo stato d’animo.

Nei mie precedenti viaggi ho pesticciato cacche di merlo a piedi scalzi in cima a delle pagode, mi sono sbucciato le ginocchia scendendo per delle risaie, ho mangiato a mani sporche in mezzo a delle baracche – senza considerare che in mezzo a delle baracche (quelle dell’hutong di Pechino) ci abito pure adesso 24/7 ma vabbé – e mi sono sempre sentito completamente a mio agio. Anzi quanto più mi trovavo in luoghi dichiaratamente lontani dalla mia cultura tanto piú mi sembrava facile. Peró nella maggior parte dei casi i miei viaggi sono rimasti un viaggio, bello e intenso quanto vuoi, ma pur sempre un viaggio. Per quanto abbia sempre provato a non fare il “bieco turista”, e ad immedesimarmi il piú possibile nella cultura e nella vita dei luoghi che nel tempo sono diventati meta delle mie scorribande, non ho mai percepito me stesso realmente come parte di quello scenario.

Ecco, la differenza fondamentale é che New York invece non mi chiedeva soltanto di stare a guardare o assaggiare o provare, mi si proponeva come qualcosa di cui essere in qualche modo parte, come qualcosa che da un lato mi era giá familiare, conosciuto, ma allo stesso tempo mi si rendeva in qualche modo inaccessible oltre a un certo livello. Perché per forza sarei andato a fare foto sull’Empire o a Times Square o sul Ponte di Brooklyn, come tutti, ma era proprio il farlo “come tutti” che non mi bastava. Mi chiedeva di fare un passo in piú.

S’é capito? Me lo auguro perché non saprei spiegarlo meglio di cosí. Fermiamoci quindi, per il momento, a questo punto – con la galleria immagini a seguire – che come me la sono cavata nei giorni successivi ve lo spiego nel prossimo post.

Ciao a tutti.

PS: [Perdonate l’enorme quantitá di foto che potrá sembrare ripetitiva e banale ma compenso i miei innumerevoli difetti con una sopraffina memoria fotografica, e siccome molte delle immagini mi ricordano qualcosa – una parola scambiata, un dettaglio notato, una telefonata fatta, una nuova scoperta o una persona conosciuta – ho deciso di usare il blog per quello per cui é nato (un diario di bordo prima di tutto utile a me) e quindi di tenerle tutte.]

***

DAY ONE
Union Square
Flatiron
High Line
Emprire State Building
Times Square
St Bryant Park











































DAY TWO
East Village
Columbus Square
Central Park
Guggenheim Museum
Herlem
Columbia University
Upper West Side
Midtown
Rockfeller Center

































DAY THREE
West Village
Greenwich Village
Nolita
Little Italy & Chinatown
Downtown
Brooklyn Bridge & Dumbo
Brooklyn & Williamsburg























































Muori dentro al pensiero di perderti un solo post? Come darti torto...


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